Da questa stagione il Benetton Rugby può contare su una nuova figura: l’Head of Recruitment Andrea Marcato. Fino alla scorsa stagione impegnato nel ruolo di Skills and Transition Coach, Marcato si è concentrato in particolare sulla formazione e sul percorso di crescita dei giovani, oltre che sui rapporti con i club del territorio. Oggi affronta un nuovo capitolo del suo percorso professionale all’interno del Benetton Rugby e, ai microfoni di BenTV, racconta i suoi primi mesi da Head of Recruitment.
Andrea Marcato, come procedono questi primi mesi nel tuo nuovo incarico?
“Molto bene. Ovviamente ci sono tante emozioni: c’è l’entusiasmo per l’inizio della nuova stagione e per l’avvio di un nuovo ciclo con un nuovo capo allenatore, e questo rappresenta sicuramente uno stimolo importante. Da parte mia c’è la voglia di fare bene e l’emozione di cimentarmi in un ruolo nuovo. In questa prima fase sto cercando soprattutto di assimilare il maggior numero possibile di informazioni e di entrare sempre più nelle dinamiche di questo incarico“.
Quali sono le principali responsabilità che ricopri?
“In questo momento sto lavorando su più fronti. Da una parte c’è la necessità di creare connessioni e contatti con agenti e agenzie, in vista del lavoro di recruitment per le prossime stagioni. Dall’altra cerco di fare da tramite tra giocatori, staff e dirigenza, contribuendo a mettere tutti nelle migliori condizioni per lavorare con serenità. Un altro aspetto importante riguarda poi il rapporto con i club, che in questo momento sono Mogliano, Padova e Vicenza. I permit player seguono un doppio programma ed è quindi fondamentale avere una comunicazione efficace con le società per accompagnarli nel modo migliore“.
Tra gli obiettivi c’è anche quello di individuare e valorizzare giovani talenti italiani. Quanto è centrale questo aspetto?
“Credo sia fondamentale. Il Benetton Rugby è una franchigia che negli anni ha prodotto e sviluppato tantissimi giocatori italiani, molti dei quali sono passati da Treviso per poi arrivare anche in Nazionale. Ancora oggi abbiamo numerosi giocatori che fanno parte del gruppo azzurro ed è quindi fondamentale lavorare in sinergia con la Federazione. Vogliamo osservare con attenzione i giovani italiani, comprenderne realmente il livello e costruire, quando possibile, un percorso personalizzato per ciascuno di loro. Quest’anno, ad esempio, abbiamo invitato a lavorare con la Prima Squadra due ragazzi del nostro settore giovanile: Giacomo Falchetto, appena uscito dall’Under 18, e Marco Bragagnolo, che fa ancora parte dell’Under 18. C’è grande interesse nel lavorare sui talenti italiani e vogliamo riservare loro un’attenzione particolare“.
Come nasce, concretamente, la ricerca di un nuovo giocatore?
“”Per quanto riguarda il mercato italiano è più semplice, perché è un ambiente che conosco bene. Due anni fa ho avuto anche l’opportunità di lavorare con la Nazionale Under 20 e nel tempo ho costruito una rete di conoscenze che mi permette di avere una buona visione del panorama italiano. Per l’estero, invece, sono soprattutto agenti e agenzie a proporre i diversi profili. Da lì inizia il lavoro di approfondimento: cerco informazioni, posso contattare un allenatore, un compagno di squadra o altre persone che conoscono direttamente il giocatore e naturalmente analizzo i video. Non ho mai creduto molto negli highlights: preferisco guardare almeno tre o quattro partite complete e consecutive, perché permettono di avere una fotografia molto più realistica del giocatore. Da lì si valuta se esiste un interesse concreto e, in caso positivo, si procede con ulteriori approfondimenti“.
Quali sono le diverse fasi che portano dall’individuazione di un profilo alla decisione finale?
“La prima è sicuramente quello che io chiamo il colpo d’occhio: dal vivo o attraverso un video, un giocatore deve riuscire a trasmettermi qualcosa. Successivamente inizia la fase dei feedback: voglio capire chi è il ragazzo, che tipo di persona è e come si comporta dentro un gruppo. Per noi è importante individuare profili validi anche sotto l’aspetto umano. Poi arriva il momento del confronto diretto, in presenza oppure in videochiamata, che permette di conoscere meglio il giocatore e approfondire ulteriormente la valutazione del profilo”.
Quanto tempo prima può iniziare il lavoro su un possibile nuovo acquisto e quanto può cambiare la shortlist nel corso della stagione?
“Già da maggio ho iniziato a confrontarmi con gli agenti per raccogliere profili e costruire delle liste, soprattutto per quanto riguarda i giocatori più giovani. Faccio l’esempio del mercato sudafricano: molti ragazzi sono ancora in età scolastica e quindi si può iniziare a seguirli anche sei mesi prima, mentre altri stanno completando il proprio percorso con un’altra squadra e in quel caso il lavoro può iniziare anche un anno prima. Naturalmente molto dipende anche da quello che accade durante la stagione e dalle eventuali necessità della squadra, come può essere la copertura di un infortunio. Il range può quindi essere molto ampio: da un mese fino a un anno“.
Quando cerchi un giocatore, quanto conta l’identità di gioco del club nella scelta dei profili da seguire?
“È fondamentale. Per me è importantissimo lavorare in stretta sintonia con l’allenatore. Il Benetton Rugby ha scelto Wayne Pivac anche sulla base di una determinata filosofia di gioco e questo inevitabilmente incide sulla costruzione della squadra. L’allenatore deve essere coinvolto il più possibile nella scelta dei profili, perché i giocatori devono avere caratteristiche funzionali al rugby che vuole proporre. Tutti questi aspetti sono strettamente collegati“.
Al di là delle caratteristiche tecniche e fisiche, quanto è importante conoscere la persona dietro al giocatore?
“È fondamentale, perché chi arriva deve sposare la filosofia del club e quella dell’allenatore. Credo sia importante cercare prima di tutto delle buone persone, che possano poi esprimere al meglio anche le proprie qualità da giocatori. Il talento è importante, ma deve inserirsi all’interno di un gruppo, di una cultura e di determinati valori”.
Quali sono le caratteristiche che, indipendentemente dal ruolo, un giocatore deve avere per entrare in questo club?
“Sicuramente il rispetto per la maglia, l’attitudine e la condivisione dei nostri valori. C’è poi un aspetto difficile da misurare, ma che riteniamo molto importante: cerchiamo giocatori allenabili, disponibili ad apprendere e a migliorarsi. Un’altra caratteristica fondamentale è la capacità di dare sempre il massimo: vogliamo giocatori disposti a dare il 100% per questa società, per il club e per i propri compagni. Non è semplice da valutare, ma è qualcosa su cui si può lavorare e che può essere sviluppato soprattutto negli atleti più giovani“.
C’è un giusto equilibrio tra rendimento immediato e potenziale di crescita nella valutazione di un giocatore?
“Non è semplice, perché, come accade in tanti sport, soprattutto i giocatori più giovani maturano in momenti diversi. Per questo è importante individuare profili anche molto giovani e costruire per ciascuno il percorso più adatto. Il sistema dei permit player ci offre, ad esempio, la possibilità di lavorare insieme ai diversi club, comprendendo il contesto nel quale il ragazzo gioca e quali siano le sue necessità. Ci sono giocatori che a 18 anni sono già pronti e altri che hanno bisogno di più tempo. Il nostro compito è cercare di creare le condizioni perché ognuno possa esprimere al massimo il proprio potenziale”.
Quanto conta l’osservazione dal vivo e quanto, invece, l’analisi dei dati?
“Il colpo d’occhio per me rimane fondamentale. Allo stesso tempo oggi la tecnologia offre possibilità enormi: le partite internazionali vengono riprese da numerose angolazioni e attraverso i video possiamo osservare praticamente qualsiasi giocatore. Anche i dati rappresentano un supporto importante, ma non possono raccontare tutto. Credo che la soluzione migliore sia trovare il giusto equilibrio tra analisi statistica e osservazione, anche se personalmente continuo a dare maggiore peso alla visione diretta del giocatore e delle sue prestazioni”.
Che ruolo hanno oggi dati e tecnologia nell’individuazione e nella valutazione dei giocatori?
“Sono strumenti che aiutano moltissimo. Penso al grande lavoro dei video analyst oppure alle piattaforme che oggi permettono di accedere a moltissimi dati, sia di squadra sia individuali. Reperire informazioni è diventato molto più semplice rispetto al passato. Quindici anni fa, ad esempio, molti giocatori stranieri arrivavano attraverso reti di intermediari e conoscenze; oggi abbiamo la possibilità di raccogliere e verificare molte più informazioni prima di arrivare a una valutazione”.
C’è un aspetto di un giocatore che nessuna tecnologia può realmente raccontare?
“Sicuramente quanto un giocatore sia allenabile. Puoi avere a disposizione tutti i dati e tutte le immagini possibili, ma poi bisogna capire quanto quel ragazzo sia disposto e capace di recepire le indicazioni, apprendere e trasformarle in campo. È un aspetto difficile da misurare attraverso la tecnologia, ma per me è fondamentale”.
Guardando al futuro, che tipo di lavoro vuoi costruire con il recruitment del club e quale impronta vorresti dare a quest’area?
“Voglio cercare di cucirmi addosso questo mestiere e costruire un modo di lavorare nel quale mi riconosca pienamente. La mia idea è creare una forte sinergia con l’allenatore e con il gruppo dei video analyst, che possiede competenze e capacità molto importanti. Soprattutto, vorrei cercare di non perdere nessun giocatore di talento. È un lavoro enorme, che anche la Federazione porta avanti attraverso le proprie strutture, ma credo che in Italia ci siano tanti ragazzi interessanti che, per diversi motivi, rischiano di non arrivare o di essere persi lungo il percorso. Mi piacerebbe riuscire ad ampliare il più possibile il nostro bacino di osservazione. Allo stesso tempo parto da basi molto solide: penso che il lavoro svolto soprattutto da Antonio Pavanello in questi anni sia stato incredibile. Il mio compito sarà dare continuità a quanto costruito, cercando progressivamente di svilupparlo ulteriormente”.
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